venerdì, giugno 27, 2008

IMBARAZZO della scelta

Ma soprattutto imbarazzo

Lo ammetto: ci ho preso un po’ gusto a scrivere. Stasera, mentre tornavo a casa, pensavo a cosa metterci sul blog. Non credo di riuscire a scrivere tutti i giorni, ma se posso, vorrei tentare di farlo spesso. Comunque sia avevo un po’ di idee. Mi sono detto “tutto, ma non Berlusconi”.
Non ce l’ho fatta perché mi sento rodere troppo. E' semplicemente spudorato. Spontaneamente, linearmente, candidamente spudorato. Ogni giorno ne fa almeno una. Come le dichiarazioni di estraneità alle attività delle sue aziende e poi le intercettazioni che ha vietato, per non avere rotture di coglioni.

E in questa estrema assenza di pudore che gli elettori vedono la figura di un uomo forte, capace di tranquillizzare sempre tutti. Quasi tutti. E poi ha successo con le donne. Insomma... chi non lo voterebbe? Comunque a Confesercenti è stato straripante. Grande. Un vero leader che si trova a casa sua in ogni circostanza.





A proposito di conflitto tra i poteri dello Stato (il conflitto di interessi ormai non mi interessa più: sono rassegnato)... Montesquieu & C. ormai sono troppo vecchi, per capire i problemi della modernità. Occorre qualcosa di più moderno per ridisegnare il sistema istituzionale (o come tutti amano dire fare le "riforme" costituzionali). Qualcosa di più efficace, con una vocazione di maggiore solidità, di maggiore forza.

Suggerisco un evergreen del Secolo Breve: Benito Mussolini. In una situazione così kafkiana sembrerà una nomination poco originale e del tutto pretestuosa.

...

Eppure... io di pretestuoso non ci trovo davvero niente. Pensate che la situazione all'alba del fascismo fosse tanto diversa da quella attuale? Be'... io no. E temo. Temo un'ondata di violenza (anche di sinistra). Lo temo davvero.

mercoledì, giugno 25, 2008

Poteri, mafie e IPOCRISIA

Sbeffeggiare l'intelligenza dei cittadini è la professione del potere.


Be', in molti potrebbero essere turbati dalla visione di questo video. Per questo vi invito a lasciar perdere: meglio non pensarci... Abbassiamo lo sguardo e torniamo alle nostre case, tra le nostre cose.




Per inciso: ho grande rispetto per i veri ministri di culto. Quelli veri, però. Quelli che non hanno bisogno di diffondere le pratiche della raccomandazione, come premio per la devozione di alcuni fedeli. Quelli che non hanno bisogno del potere, per guidare il popolo di Dio. Tuttavia... be'... lasciamo stare: adesso rischio di diventare davvero anticlericale. Meglio rinviare ad un altro post.

Intanto, però, sottolineo quanto detto dal senatore a vita Giulio Andreotti: "...io continuo a preferire la tradizione...". Ed in questa breve frase che si racchiude la verità del nostro Paese. Andreotti, come Berlusconi, è un conservatore. Il potere che conserva se stesso, avvolto dalla tradizione ed ostile al progressosociale (lo scrivo tutto attaccato, per non destare sospetti e non indurre in fraintendimenti).

Nel frattempo... il governo Prodi (nato già deforme) è caduto ed ora governa il nano malefico.

PS: ... Lo so: sono politicamente scorretto.

Immunità per il POTERE



Francamente non mi sono scandalizzato per l'ennesimo imbroglio salva-premier. Al potere non sono ammesse debolezze. Il potere deve legittimarsi e rafforzarsi. Il potere deve calcolare le proprie mosse. Tutte. Il potere si deve auto-tutelare. E' naturale.

E ti tremano le gambe se vuoi affrontarlo. Ci tremano le gambe. A noi italiani. Perché a noi italiani non manca mai il coraggio, quando possiamo lamentarci, quando possiamo sparare in aria. Ma dopo dobbiamo tornare nelle nostre case, tra le nostre cose e continuare a fare quello che sappiamo fare: niente. Le parole non ci mancano quasi mai, se sono inutili, superflue, già dette da qualcuno. Temo, purtroppo, che sin da piccoli siamo educati all'invidia, più che al desiderio di cambiamento: l'Italia è un Paese conservatore e noi onoriamo il potere con il nostro colorito e rumoroso silenzio. Siamo mansueti, per quanto casinisti.

Non reggiamo lo sguardo. Lo sguardo del potere. Abbassiamo il capo. Cominciamo a guardarci il naso e gli occhi deviano verso il basso, verso sinistra e verso destra. E poi sorridiamo con saggezza. Lo sappiamo bene: il potere si combatte solo quando è caduto, ma prima che cada, un'amicizia giusta, un contatto utile... serve sempre. Le opportunità non si bruciano e il potere è sempre gravido di promesse e speranze di opportunità.

Be' hanno detto un gran male del Caimano e al Divo ci si accosta come ad un film documentario. Ma io non credo che sia passato il messaggio giusto. Io credo che sia l'uno che l'altro abbiano analizzato un sistema di potere, prima che due storie. Un potere forte, che si è imposto in Italia, senza che nessuno poteva (e voleva) opporvisi. Non è solo di Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi che si parla, ma di due sistemi di calcolo e controllo formidabile. Ed in entrambi i casi c'è sempre il volto sorridente e soddisfatto dell'italiano medio, che il potere non ha mai violato nel suo diritto a sentirsi estraneo, privo di responsabilità.

Cosa sia più spudorato tra i crocifissi dei dorotei e le facce di culo dei vassalli di Berlusconi non lo so. Quello che so è che qualcuno ha detto "ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale". Caro Hegel, tutto questo, quindi, risponde alla logica del mondo? Mah... Tutto questo, io temo, continuerà a consumare il Paese fino a sfibrarlo completamente.

Siete davvero sicuri che non si rischi di rivivere presto una nuova stagione di violenza? Siete davvero sicuri? Io no.

domenica, giugno 22, 2008

DIETRO le rotaie



Questa volta l’Eurostar è puntuale. Sfreccia per la campagna pugliese. Per la prima volta sono in prima classe. Per carità, non è un vanto, ma un lamento: oggi i posti erano tutti occupati in seconda. Stasera gioca l’Italia e, se vuoi vedere la partita, il weekend termina prima per molti migranti come me. Insomma… 54€ da Barletta, destinazione Roma Termini. Il treno fa cagare uguale. Ascolto i Modena e guardo dal finestrino. Viti, ortaggi, ulivi, mare. Casette di campagna. E poi i soliti tralicci dell’ENEL. Seguo il movimento dei grossi cavi con gli occhi e muovo un po’ la testa per non interrompere lo sguardo.

Alle spalle un palazzo di città popolato da trogloditi e subumani, da un potere sempre più arrogante e presuntuoso, da compagni sempre più lontani, sempre più uguali a quegli altri. Alle spalle una risata ed una pisciata del potere sulle facce di tutti i malati di speranza.

Mi allontano da qui e torno dai turisti mai stanchi, dalle trattorie e pizzerie sempre in attività, dai mattoni e dalle chianche plurisecolari. Torno dove arte e cultura seducono il più fedele degli ignavi. Torno dove il colore dei volti e la forma dei sorrisi sorprende per naturalezza e bellezza. Nemmeno Tolkien poteva immaginare una più splendida città: la città eterna. Ma Roma non è la mia città.

giovedì, giugno 19, 2008

MAL di MERITO


Non prendo mai per oro colato quello che leggo, quello che ascolto. Sono critico, spesso polemico. Un po’ Bastian contrario. Non è una questione di stile o di estetica comportamentale. Forse è perché sono perennemente alla ricerca di “un centro di gravità permanente (che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente)”, che diffido (o cerco di diffidare) dalle facili guide e dalle idee messianiche. Non sempre ci riesco, ma in generale non mi fido, perché non riesco mai ad abbinare a idee, persone, ecc… quell’aggettivo: permanente. Tutto, sempre, inesorabilmente, cambia. Questo rende insicuri, ma anche “affamati”: mai fermi, sempre in ricerca.

Beh, di tanto in tanto, però, trovi qualcosa che se non altro ti aiuta a capire. Per esempio Andrea, mio ex collega di BNL (dove ho fatto uno stage finito tre mesi fa), che intuiva, ma non capiva la mia fame, la mia ricerca, seppur silenziosa, mi ha regalato per Natale due libri: la Casta e Mal di merito, di Giovanni Floris. E’ del secondo che voglio parlare (del primo, che non ho letto, ha già parlato tanto la TV). Iniziai a leggerlo, ma preso da conati di vomito (per rabbia e per bruciori di culo) lo abbandonai. Finché Roma (la Roma metropoli e la Roma Capitale) non è passata alle amorevoli attenzioni del Popolo delle libertà, che ha sconfitto l’ecumenico Walter (proposto dagli ex missini “Santo subito”) e, peggio, ha schiacciato tutta la sinistra colorata fuori dal parlamento. Nella mia Molfetta, invece, per pura sfortuna – prrrrr – il centrosinistra non si è nemmeno presentato. O meglio, il PD era in coalizione con una variegata rappresentanza del genere umano, in tutto lo splendore della sua linea evolutiva – dal primate, all’homo sapiens et callidus –. Conservatori, trasformisti e facce di culo, insomma. Nel frattempo, mentre facevo i conti con l’affitto e sperimentavo sempre più la pasta in bianco (tanto l’olio lo porto da giù), c’era chi aveva già trovato il modo giusto – la porta giusta, la chiave giusta, l’inclinazione giusta (90), – per sistemarsi, far carriera, fare soldi, fare business, intraprendere la professione, provare a se stesso e alla propria famiglia di essere un uomo vero, che sa convivere con il potere (a Roma, come a Molfetta). Ma i più, quel modo giusto non lo trovano (anche quando lo cercano).

Mal di Merito è un libro che ti dà conforto. Non perché chissà quale trucco ti insegni per essere felice, ma perché, semplicemente, ti dà ragione. Insomma, voglio dire: a chi rode accorgersi quanto sia frequente la fortuna immeritata (leggi spintarella) e quanto la sfortuna subita (leggi scegliere di tenere la schiena dritta), Floris dice, semplicemente: hai ragione ad essere incazzato. Mal di merito non è un libro né di destra, né di sinistra. Non è un libro con una formula magica. Non è nemmeno esattamente una mappa delle raccomandazioni in Italia, né il solito libro ruffiano, che si accattiva il lettore con i luoghi comuni. Le schifezze dell’Italia non sono luoghi comuni, anche se producono assuefazione. E’ normale, tutto normale, perché l’Italia è immobile (sicuramente più immobile degli altri Paesi occidentali). L’Italia dei baroni e dei vecchiacci, l’Italia dei leccaculo e dei portaborse, l’Italia della staticità sociale, l’Italia dell’amarezza e della delusione, l’Italia di quell’immenso sottobosco di persone in lotta per la sopravvivenza, sotto l’ascella di qualche don Rodrigo o, peggio, di fianco a qualche don Abbondio. L’Italia delle raccomandazioni. Ma nonostante questo Mal di merito è un libro di speranza, che dà coraggio. Con me ci è riuscito, Floris.

Mal di merito è semplicemente un libro fatto bene, che parla di noi, della nostra casa e della nostra vita. A parte la curatissima ricerca di contenuti, aneddoti e motivazioni che ci sta dietro, il lavoro è impostato in modo da farti venire voglia di dire ad un destino già scritto sulla pietra dai baroni (di ogni genere e tipo, in ogni campo delle attività umane) e dalla consuetudine (abitudine, rassegnazione, impotenza): “‘fanculo! Con me perdete la partita”. Ti viene voglia di vincere la partita, senza piegarsi e senza barare. Senza barare. Perché ogni volta che accade (una vittoria senza barare), qualcosa si inceppa negli ingranaggi di questa grande macchina della sospensione del tempo: l’Italia dove “tutto cambia per non cambiare”.

Be’, se posso suggerire un libro da leggere, subito, senza perdere altro tempo, vi consiglio questo. Se ne esce incazzati e intristiti, ma anche arricchiti e temprati. E dopo la lettura della prima appendice (un estratto dell'intervento di Steve Jobs ai laureati 2005 di Stanford. Straordinaria la storia sull'unire i puntini), ci si sente anche un po’ “eroi”, come Luigi delle Bicocche, ma con delle prospettive da voler disegnare d’avanti. L’importante è non demordere.

Stay Hungry. Stay Foolish.

CLICK

Su ON

Dopo due anni di apnea sento l'esigenza di respirare. Non voglio riemergere. Questo no. Voglio solo portare la bocca a pelo d'acqua. Avevo dimenticato di avere un blog. Ho deciso di riprendere a scrivere. E a confrontarmi.

Molte cose sono cambiate per me. Ora vivo a Roma, faccio un lavoro che mi piace, sopravvivo in un habitat molto diverso da quello che ho conosciuto per trent'anni.
Altre cose, invece, non sono cambiate: la disaffezione per la politica (per la cosa pubblica) della “gente comune” è sempre più allarmante; cresce la frustrazione e il senso di impotenza delle persone oneste, malate di speranza. Inoltre abbiamo perso le elezioni nella mia città. Un po' patetico, ma... è quello che vedo. Che palle, ma è quello che sento.
Non ne ho idea di quale reazione sia giusto avere.
L'unica cosa che so è che ho schiacciato ON sul mio megafono libero. E per questo mi sento meglio.

Rispetto a prima ho meno idee e molto più confuse (cazzarola... non ho resistito... La eco dei miti, sebbene un po’ deformino le voci originarie, non si assopiscono facilmente: grazie Faber). Sono più insicuro. Perché consapevolmente più precario e meno sereno. Perché più consapevole.
Stare zitti in Italia gratifica. Annuire sempre, invece, premia. D'altronde chi è d'accordo con un interlocutore crea una linea di empatia con esso. Anzi, di simpatia: se dici sempre di sì, sei simpatico, non ci prendiamo per il culo. Be’… io sono fondamentalmente antipatico. Non che ne sia contento, sia chiaro. Peraltro non credo di esserlo sempre. Almeno lo spero. Per esempio quando bevo divento simpatico (vero Claudio? vero Max?). Però è vero che sono pesante, come dice Lory. Anche se io mi sento leggero. Anzi leggerissimo. Senza responsabilità, come l’italiano medio. E’ questa inquietudine che mi fa da zavorra. Ed i miei movimenti bruschi e scoordinati per divincolarmi da questa zavorra mi fanno stare ancora più sotto (il pelo dell’acqua). Così ho deciso di tacere. Per tanto tempo.

Un giorno, un Natale, eravamo una quarantina nel sotterraneo della indimenticabile campagna di Roberto. Avevamo bevuto tutti (vino rosso e bianco nelle damigiane e altra roba come whisky e forse sambuca), eravamo allegri. Forse felici. Ad un certo punto scese giù dalla rampa di accesso Willy, il bellissimo cane di Roberto. Ormai è molto invecchiato, ma al tempo dei fatti era davvero… espansivo (chiedetelo a Giovanni e alla sua caviglia). Le ragazze – e non solo loro – cominciarono a strillare. In pochi secondi fu panico. Poi ad un certo punto Nuccio prese in mano la situazione e imponente tuonò: “Zitti! Non vi muovete”. Poi spiegò, un po’ meno imperioso: “I cani sentono l’odore dell’adrenalina”. … attimi di silenzio … pochi attimi … Poi tutti cominciarono a ridere a crepapelle (anche Nuccio, che continua tuttora a difendere la sua tesi. Noi gli vogliamo bene, anche se ormai non ci si vede quasi più).

Be’, di fatto se corri quando una muta di cani ti sta gironzolando vicino… è finita. Io, per precauzione ho seguito il suggerimento di Nuccio: non mi sono mosso e nessuno ha sentito l’odore dell’adrenalina. Silenzio. Senza dire sì a nessuno. E senza dire grazie. Zitto. Via. A seguire una nuova strada. Da 0. Nonostante la terra chiami. Nonostante gli affetti, gli amici. Lontano e silenzioso, sotto il pelo dell’acqua.

Però adesso faccio click su ON. Ho riacceso il megafono.

domenica, ottobre 15, 2006

Tutti lo pensano e nessuno lo dice...

Contributo politico ai Democratici di sinistra in occasione della conferenza di organizzazione


Prima di cominciare vorrei precisare i motivi di questo mio scritto. Come molti sapranno ritenevo assolutamente necessario celebrare un congresso vero e proprio che segnasse la nuova fase della politica cittadina, discutesse laicamente, sgombrando il campo da ogni sospetto di autoreferenzialità, sui motivi della sconfitta elettorale – che talvolta temo non abbia scosso più di tanto la classe dirigente del centro sinistra – e rinnovasse l’elaborazione del partito (e non necessariamente anche il gruppo dirigente, che probabilmente ha temuto la propria delegittimazione).

La volontà del gruppo dirigente andava in direzione diversa, ritenendo superfluo un momento di discussione a 360° sui destini del partito e di tutto il centrosinistra, ritenendo la strada da percorrere “self-evident”, almeno fino al prossimo congresso nazionale.

Nel frattempo nel partito si era prodotta una situazione di spiacevole pesantezza per il sottoscritto… L’apice si è avuto in occasione dell’organizzazione della festa de l’Unità e sulla “questione Sinistra giovanile”.

La mia volontà era chiara già dal 25 giugno di quest’anno, quando rassegnai le mie dimissioni da membro del Consiglio Direttivo. Le cose che scrissi allora sono state mistificate in più di un’occasione e autorevoli membri del partito le hanno giudicate alla stregua di uno sfogo per non aver accettato la mia presunta sconfitta elettorale (191 preferenze, senza quaterne e con un numero di candidati che superava i 700).

Questa relazione, quindi, ha lo scopo di fare chiarezza sul mio pensiero, rivolto sin dal primo momento dopo le elezioni ad una prospettiva politica diversa e certamente più faticosa da costruire. Analizzerò per sommi capi le cause della debolezza del centro sinistra ed il percorso che mi auguro il partito imbocchi per modificare i rapporti di forza politici, economici e sociali nella città. Per sommi capi, ma senza dovermi attenere ai tempi europei – più che funzionali in una struttura organizzata con un poderoso apparato di commissioni – e senza per questo infastidire quanti non sono interessati al mio pensiero.

Quindi, tranquillizzo tutti: non è in atto nessun assalto alla “dirigenza”, non c’è nessun piano segreto per sottrarre la sedia a qualcuno. Nella speranza che le voci fuori dal coro – come la mia – non siano per ciò stesso considerate sgradevoli seccature e stigmatizzate come scorrette perché ree di lesa maestà, tenterò di tenermi su un piano esclusivamente politico. Ho tentato in tutti i modi di discutere di questo negli anni precedenti e nelle settimane immediatamente successive alla sconfitta elettorale, ma non è stato mai possibile. Lo faccio ora, dopo aver lasciato questo gruppo dirigente che si autolegittima in una conferenza di organizzazione e la politica attiva, privato di quasi ogni entusiasmo e speranza di cambiamento. Anche i più maligni leggeranno in queste poche pagine molte teorie che ho tentato di sostenere e praticare nei miei ultimi sei anni di appassionante militanza politica. A chi mi dice che da fuori non si cambiano le cose rispondo che è vero, ma in questo partito non si cambiano nemmeno dall’interno.


Molfetta Oggi

Molfetta sta vivendo una delle maggiori crisi socioeconomiche della sua storia. L’indicatore che salta subito all’occhio in questi giorni è quello della criminalità. Per molti aspetti stiamo vivendo una situazione simile a quella di quindici anni fa, quando il disagio sociale si era manifestato con il volto più violento. Problemi vecchi – che avevamo semplicemente messo sotto lo zerbino (vedi operazione Reset) – e nuovi si intrecciano per destabilizzare ulteriormente quell’incerto equilibrio raggiunto nel decennio precedente. E’ evidente che per neutralizzare l’ondata di violenza ed illegalità non basti liberare la piazza dai piccoli e grandi criminali che l’affollano. L’escalation di violenza, a mio parere, non è destinata ad arrestarsi nel breve periodo se non verranno fornite risposte sociali, culturali e, naturalmente, economiche, più solide e convincenti.

Premesso che non è questa la sede per esaminare nel dettaglio la situazione economica della città – esame assolutamente necessario e da considerare costantemente in progress, mai esaurito, sempre da perfezionare e da eseguire senza essere schiavi di paradigmi preconfezionati (ad esempio lo sviluppismo senza se e senza ma o la riconversione del nulla in un nulla più bello) – vale la pena di sottolineare come Molfetta necessiti di un’idea coerente e condivisa di sviluppo. Gli attori dovrebbero immediatamente imboccare una strada di cooperazione percepita dalla popolazione come vincente. Il regime della paura e dell’incertezza è un deterrente drammaticamente efficace contro lo sviluppo e la pace sociale.

Per far questo occorre consapevolezza. Gli attori devono sapere cosa stanno facendo con uno sguardo molto più attento alla visione d’insieme e non concentrato esclusivamente sui propri affari (siano questi i business individuali dei nostri piccoli imprenditori, dei commercianti e degli artigiani, o la bagarre amministrativa, con le relative sfide elettorali). Un processo economico che renda virtuosi i risultati degli attori economici (e li ridistribuisca in qualche modo sotto forma di benessere collettivo) non è possibile senza la maturazione di una dimensione più collettiva degli attori. L’esempio del cartello dei commercianti del centro urbano esplica bene come la paura (a quanto pare infondata) del Fashion District abbia coagulato l’impegno di un’intera categoria, quella degli esercenti, già mobilitata con le giuste politiche del centrosinistra nello scorso decennio, ma mai così attiva. Lo stesso processo dovrebbe avvenire per la zona PIP e ASI, naturalmente con targets e strumenti differenti. Idem per gli operatori turistici, per la pesca, per l’agricoltura. Lo stesso tipo di esigenza si mimetizza nel mondo mutevole ed assai eterogeneo del lavoro.

Ma perché la politica possa tentare di guidare questi processi, invertendo l’attuale trend, caotico e fortemente pernicioso per il territorio, l’economia locale e per l’intera comunità, deve essere capace di interloquire con gli attori, avere contatti con essi, capire e rappresentare le loro istanze, riportandole su binari di interesse collettivo, collaborare con loro, progettando una città migliore, rendere loro possibile una partecipazione autentica. Fare politica eludendo questo compito significa rendere la politica poco più di uno scontro tra tifoserie, con l’allettante aggiunta della possibilità di distribuirsi prima o poi qualche posto a sedere. Nulla di tutto questo è stato fatto nei 5 anni che hanno preceduto le elezioni dello scorso maggio. Ad esclusione di un timido ed isolato lavoro di raccordo con la CGIL e con il mondo del Mercato Ortofrutticolo.

Lascio immaginare al paziente lettore che tipo di credibilità – e che conoscenza e capacità di rappresentare bisogni – abbia un partito ed una coalizione in prossimità delle elezioni nei riguardi di soggetti collettivi e categorie che ha ignorato negli anni precedenti. Spesso ci siamo avvalsi di tuttologi per disegnare gli scenari futuri della città. Forse è il caso di cominciare, con maggiore umiltà e senso critico, a percorrere una strada diversa. D'altronde l’unico partito di centrosinistra, protagonista dell’esperienza amministrativa dello scorso decennio, che ha imparato ad entrare in contatto con questi mondi – la mia è una constatazione che non vuole giudicare l’offerta politica, ma registra una relazione necessaria – è la Margherita. Detta in maniera più brutale, senza essere mai schiavi di alcuna lobby, i soggetti politici e le classi dirigenti non hanno la possibilità di scegliere se entrare in contatto o meno con il mondo che vogliono amministrare e governare, se non cambiare (ambizione troppo radicale, forse): lo devono fare e basta. Per farlo ne devono essere capaci e devono dimostrare di esserlo costantemente. Il centro destra ha un problema in meno: non si pone la questione dell’interesse collettivo o la ritiene assolutamente secondaria rispetto all’interesse particolare dei portatori di voti. Per il resto il centrodestra ha una condotta esemplare.

I risultati elettorali sono sotto gli occhi di quasi tutti.

L’autoreferenzialità di tutto il centrosinistra è una sciagura di portata biblica. Essa è la prima e vera causa delle nostre sconfitte socioeconomiche, prima che elettorali. Il centro sinistra, con il suo impareggiabile – almeno nell’ultimo decennio – spessore politico ed intellettuale, è e rimarrà assolutamente subalterno a tutti i pezzi di ceto politico immorale ed affarista che stanno devastando la nostra città… la città dei vostri figli. Le cavallette andranno via solo quando avranno mangiato tutto il raccolto, se noi rimarremo chiusi al sicuro nelle nostre certezze etiche e politiche.


La base sociale e la questione del radicamento

Ho sempre ritenuto, e per questo talvolta sono stato persino deriso (perché troppo petulante e ripetitivo), che il nostro partito fosse privo di radicamento nella città. Come ho più volte ripetuto il radicamento che si deve prefigurare ai giorni d’oggi non può e non deve essere lo stesso di trent’anni fa. Aggiungo che non deve essere nemmeno un suo surrogato. Oggi i corpi intermedi a livello locale, però, non possono prescindere dalla costruzione di un filo diretto con pezzi di città e singoli cittadini di cui intendono interpretare i bisogni e la domanda politica. Nel mondo del lavoro, prima di tutto, ma anche in quello del “non lavoro”, dei deboli e nel mondo della cultura, del volontariato, dei giovani. Non penso minimamente che sia un lavoro facile. Ma ritengo che sia necessario. Mi pare davvero sgradevole chiedere un aiuto a sostenere le nostre idee ed i nostri candidati alle elezioni dopo che per anni non ci siamo mai preoccupati di entrare in contatto con loro, di far conoscere le nostre facce, il nostro impegno politico (e figuriamoci se ne abbiamo tutelato gli interessi).

Se potessimo virtualmente dividere la popolazione in categorie sociali, ci renderemmo conto di come i nostri margini di espansione – sotto il profilo elettorale – con l’attuale offerta politica sono ristretti in ambiti molto angusti, se si evita di considerare l’annessione di pezzi di elettorato da partiti limitrofi (il che è comunque positivo) come una vittoria politica sufficiente. I DS (come la Margherita) hanno un appeal molto maggiore nei confronti di una certa parte del ceto medio. Ma il ceto medio molfettese è molto vasto ed eterogeneo. Una parte considerevole di esso, infatti, pur vivendo una condizione economica dignitosa, è molto più attratto dall’offerta politica affaristica di pezzi di centrodestra o di pseudopolitici autonomi, privi di scrupoli ideologici. Spesso subentrano anche dinamiche clientelari (ma non sempre).

Si aggiungano due elementi nell’analisi. Il primo è che la riproduzione culturale, propagandata soprattutto dagli attuali mezzi di comunicazione di massa, educa la popolazione ad un sempre maggiore individualismo e disinteresse alla categoria del collettivo. La seconda è che larga parte dei ceti medi molfettesi stanno subendo un lento scivolamento verso una condizione di sempre minore benessere. Vuoi per problemi generazionali (i figli del ceto medio trovano lavoro? Quale? Dove?), vuoi per riduzione del valore di guadagni, salari e cespiti di altro genere (mancando, peraltro, una cultura imprenditoriale si producono più facilmente dinamiche di sopravvivenza a fronte di modelli culturali che promuovono consumi oltre la portata della popolazione). Questo disagio non trova risposte coerenti nell’offerta del centrosinistra. O, meglio, non le percepisce in alcun modo. Non le percepirà mai da un comunicato stampa e, forse, nemmeno da un manifesto. Il consenso di questi cittadini lo raccoglieranno altri, per esempio coloro i quali si è esclusi dalla nostra coalizione attraverso il “patto etico”, salvo poi tentare una disperata quanto inutile alleanza alla vigilia del secondo turno. Io ero tra quelli che sostenevano questo contatto, ma non con i crismi individuati nella contrattazione successiva.

Più il livello sociale si abbassa, meno possibilità abbiamo di conoscere, capire e dare risposte ai problemi ed alle esigenze (spesso esigenze vitali: lavoro e diritti in primis) dei cittadini. C’è chi con lo sfruttamento dei deboli e dell’ignoranza fa le proprie fortune economiche e politiche. Noi lasciamo che questo accada, limitandoci a stigmatizzare tali comportamenti. Mantenendo una incrollabile estraneità ai bisogni del popolo. Fare politica per il popolo, naturalmente, non è fare demagogia e costruire similarmente “clientele rosse”. Fare politiche per e con il popolo significa cominciare a non essere più dei perfetti sconosciuti, convinti di avere la verità in tasta, significa scendere nell’inferno della vita quotidiana delle centinaia di cittadini e cittadine che vivono nel bisogno, dare loro un supporto, rendersi disponibili a capirne i problemi, difenderli dalle ingiustizie amministrative e sociali. Fare politica con e per il popolo significa spiegare loro le nostre proposte, non aspettare che essi si informino leggendo giornali o manifesti chilometrici. Fare politica con e per il popolo significa coinvolgere il popolo nella vita politica, nel ragionamento attorno alla cosa pubblica, rendendo chiaro come l’interesse collettivo ricade a cascata su di loro, sotto forma di interesse individuale.

Per farlo non basta l’angolo visuale attuale dei DS di Molfetta. Per farlo occorre un partito popolare moderno e sagace, che ponga al centro del suo ragionamento questo impegno e non un’overdose di tatticismi per conquistare la leadership della coalizione. La leadership della coalizione la si conquista sul campo, sui problemi, sulle soluzioni. Il mio impegno al servizio del partito in questi anni mi ha condotto ingenuamente (visto che oggi mi è stato persino rinfacciato, come se non avessi mai posto le questioni di cui sto trattando) a scegliere una linea che prediligesse il dialogo e la collaborazione alle spaccature. Il risultato è stato deprimente. Ogni pensiero ed ogni forza nel partito sono stati assorbiti nelle anguste dinamiche politiciste, rispetto alle quali pare non sia possibile trovare delle cause credibili della sconfitta, se non accusare i politicismi di altri, non ritenuti più all’altezza di dettare politicismi per tutti.


L’organizzazione del partito

Ho sempre ritenuto il modello organizzativo dei DS bizzarro, ma per quieto vivere, convinto anche da altri compagni, non ne ho fatto una questione di stato. In occasione dell’ultimo congresso emerse da più parti l’esigenza di formare una segreteria (io la ritenevo una cosa assolutamente necessaria, soprattutto in considerazione della ingente mole di impegni del segretario Mino Salvemini, il quale aveva precisato, sin dal primo momento, di non potersi occupare appieno delle questioni organizzative del partito), ma in seguito ad una violenta – e sproporzionata, ma questa non è mai stata una novità nei DS – discussione si decise di accontentare quanti non volevano segreterie. Leggo con favorevole sorpresa che è intendimento del gruppo dirigente attuale formarne una, in occasione della conferenza di organizzazione. Ma quella della segreteria non era l’unica anomalia. Ve ne erano almeno altre due gravi.

L’impossibilità del segretario di occuparsi al 100% delle questioni organizzative del partito, come da lui palesemente espresso in più di un’occasione, ha comportato la sostituzione dello stesso con il Presidente dei Garanti in tutta la lunga fase di trattative pre-elettorali. La grottesca anomalia risiede nel fatto che il Collegio dei garanti riveste un ruolo di garanzia all’interno della sezione. Non trattasi di cariche politiche. Pongo questa questione, soprattutto in seguito ad alcuni episodi che mi pare non abbiano brillato per imparzialità e tutela delle funzioni di garanzia.

In secondo luogo spesso ai direttivi ed alle riunioni venivano convocati esclusivamente alcuni compagni. Erano costantemente esclusi da ogni comunicazione riguardante la vita di partito tutti i compagni della Sinistra giovanile; affidando solo alcune volte al sottoscritto – anche quando fu fatto presente di non averne più né autorità, né possibilità – il compito di contattare di tanto in tanto i giovani compagni, perlopiù in occasione di lavori manuali da svolgere.

Ma il “caso Molfetta” ha sempre posseduto dei caratteri di spiccata originalità. In primo luogo per il tesseramento. Purtroppo tutti i compagni (non tantissimi) che personalmente portavo al partito difficilmente hanno resistito più di un anno. Molti per motivi di lavoro, altri perché partiti a cercar fortuna altrove, i rimanenti per una graduale riduzione dell’interesse alla vita di partito (diciamo così). Sono convinto che tutti i compagni sappiano che l’obiettivo non sia arrivare a 200 tessere dopo le elezioni, ma mantenerne 100 per il 2007. Almeno è quello che io spero. Ma a chi mi dice che il risultato elettorale di maggio abbia segnato una nuova fase politica per il partito io mi permetto di ricordare il dato ben più significativo del ’98 e la successiva debacle del 2001. Così come ricordo, prima di tutto a me stesso, che la vita di un partito (e la capacità di incidere nella società) non si esaurisce nelle campagne elettorali.

Personalmente ritengo opportuno cambiare sede e spostarsi in luoghi più vicini al “popolo”, organizzare la sezione in modo che i cittadini possano incontrare il partito per discutere dei problemi amministrativi ed economici che li affliggono, realizzare un valido ed accattivante portale internet che renda possibile un contatto diretto con quanti frequentano il web (a patto che non divenga l’unico strumento di comunicazione). Reputo assai positiva l’integrazione del direttivo con i compagni sacrificati in lista in questa tornata elettorale (nella viva speranza che non vengano prosciugati come è successo a me).

Ritengo, inoltre, indispensabile che del direttivo facciano parte soprattutto persone appartenenti al mondo del lavoro, delle professioni, delle associazioni, del volontariato che vivono e conoscono la città. Occorre costruire un direttivo che sia rappresentativo del contesto in cui vorremmo operare. Spero che le “quote rosa” vengano rispettate, ma non solo per una questione numerica: mi auguro che le donne siano presenti e rappresentative del mondo femminile cittadino, a cominciare dalla consulta femminile. Costituire un direttivo dovrebbe essere importante quanto – se non di più – fare una lista per le amministrative. Almeno questo è il mio pensiero.


I tatticismi e le responsabilità

Come ho più volte ribadito mi assumo la responsabilità delle cose fatte. Quelle giuste e quelle no. Le mie dimissioni nascevano soprattutto dall’esigenza di discutere con serenità della linea politica adottata e dei suoi (ahimè) prevedibili risultati. Vorrei fare chiarezza su questo. Sono ancora fermamente convinto che i DS debbano essere il partito della democrazia e della cittadinanza attiva e rivendico come gruppo dirigente il fatto di aver messo al centro dell’agenda politica la questione. Ma proprio perché ci credo tuttora non mi accontento dei risultati miseri ottenuti nell’ultimo anno in termini di partecipazione. Alle nostre iniziative, non considerando i curiosi che intervenivano solo alle “prime”, hanno partecipato solo addetti ai lavori del mondo politico e pochi altri.

Come dicevo prima, ritengo fondamentale far entrare nelle fibre della nostra città un progetto politico e sociale credibile e condiviso. Il nostro impegno non è stato sufficiente. Per sgombrare il campo da qualsiasi insinuazione di giudizio preconcetto voglio sottolineare che ritengo assolutamente irrinunciabile questa strada. Ma per rendere gli sforzi efficaci occorre costruire quelle relazioni di cui si diceva prima con i mondi dell’economia e del lavoro che sinora sono stati estranei a questo tipo di rapporto, o che hanno avuto interlocutori privilegiati con intenzioni differenti alle nostre. Senza l’apporto di questi pezzi la nostra idea non sarà né condivisa, né vincente.

Per le primarie, invece, vorrei dire qualcosa di più. Credo sia stata un’operazione di alto livello politico non solo fare le primarie, ma anche condurre la coalizione ad accettarle. L’esito non era scontato. Dal primo momento ho espresso le mie congratulazioni a Mimmo Favuzzi, il Presidente del Collegio dei Garanti, delegato dei DS nella trattativa, per aver condotto tanto abilmente la contrattazione. Purtroppo non si è riusciti a definire regole del gioco più efficienti ed efficaci (conditio sine qua non per qualsiasi altro tipo di consultazioni primarie). E’ evidente, tuttavia, che messa la firma sul documento per le primarie e sul patto etico non era più possibile tornare indietro. Tutte le votazioni fatte nell’assemblea erano superflue (ma è un bene averle fatte) perché i DS non potevano certo tirarsi indietro. Le regole, come sappiamo e abbiamo dimostrato abbondantemente, si rispettano.

A distanza di mesi da quell’esperienza, però, ritengo occorra una riflessione serena sull’accaduto. Le primarie, i forum e persino le segreterie di partito sono tutti strumenti, non sono fini. Ritengo d’aver io per primo confuso questa distinzione. Abbiamo fatto male i conti, abbiamo sbagliato. Lo strumento ci ha allontanato dai fini. Siamo stati troppo presuntuosi. Abbiamo rischiato e abbiamo perso. Sono convinto di interpretare il sentire di molti cittadini in questo. Personalmente, peraltro, temo che questo strumento possa essere interpretato come scorciatoia verso un’organizzazione della politica all’americana, più che come momento di partecipazione vero e proprio, rielaborato in chiave meridionale, contestualizzandolo nella realtà delle nostre città di famiglie numerose e di flussi elettorali controllabili. Anche in questo caso, tuttavia, una discussione antecedente e la predisposizione di regole più efficaci in tempi diversi (due o tre anni prima) avrebbero determinato esiti diversi. Mi convinco sempre più che un partito serio lavora alacremente non solo l’anno prima delle elezioni. Un partito vero esiste sempre. Anche un partito leggero (che, non sfugga a nessuno, ha fondi tali da permettersi una presenza sul territorio estremamente capillare attraverso mass media e convention, ma sempre presente).

Il gruppo dirigente di cui facevo parte ha fallito – ed io con esso – anche perché ha fatto la politica del tempo libero (il che non diminuisce il sacrificio di nessuno). Ogni spazio vuoto in politica viene occupato da qualcun altro. Noi ci siamo mossi facendoci largo tra le caselle occupate da altri. Non credo che il mio pensiero sia scandaloso ed irricevibile. Chiedevo di discuterne, esprimendo il mio disagio per quanto accaduto (staremo altri 5 anni all’opposizione!). Non percepivo il mio stesso sentimento attorno a me. Anzi… Ho pensato che sarebbe stato più facile vincere le comunali per le prossime 3 tornate, che registrare una presa di coscienza del gruppo dirigente. Probabilmente le cause della sconfitta non sono quelle individuate da me. E con grande probabilità la strada da percorrere non è quella da me indicata. Ma ho sperato fino all’ultimo che ci fosse un vento di novità a Molfetta. Non è ancora il tempo. Ho provato a discuterne in ogni modo, ma non ci sono riuscito. Provi ora chi è più bravo di me. Buona fortuna: ce ne sarà bisogno.

Corrado Minervini

sabato, giugno 17, 2006

radical chic? no grazie!

Questo risultato fa rabbia. Per tanti motivi. Fa rabbia soprattutto perché giunge al termine di una lunga e faticosissima stagione di iniziativa politica e sociale, che le forze progressiste hanno messo in campo in questi anni. Opposizione nel Paese e nella città. Opposizione dura in Consiglio Comunale. Anche se in questi anni il partito molto spesso è stato impegnato a fare altro.

Ma era un risultato assolutamente prevedibile. A pensarci bene era un risultato già scritto come quello del 4 dicembre (diversamente da quello che io per primo avevo pensato e sperato). Non sono bastati i sacrifici, le discussioni, le idee, i progetti, la nostra comunicazione impeccabile -- nonché le speranze vane in un exploit elettorale del centrosinistra e dei DS -- ad arrestare la furia famelica dei ronzini di razza del centrodestra. Ronzini volgari, ignoranti e talvolta anche stupidi. Cavalli, però, che sanno correre.

Spadavecchia Giacomo 543
la Grasta Giulio 535
Sgherza Giuseppe 434 (sostenuto da palmiotti)
Picaro Piera 430
Minuto Anna Carmela 730
Spadavecchia Enzo 592
Pino Amato 999 voti
Tammacco Saverio 583
FI nel '98 prende 4000 voti -- 6783 nel 2001 -- 6481 (senza Rafanelli e
Palmiotti in lista) alle comunali.

Le politiche sono state il momento della verità.

FI:10.705 voti al senato -- 2440 AN -- 1580 UDc
Nel paese si consumava una delle più tristi pagine della storia della Repubblica con la vittoria di rapina delle forze progressiste, minoritarie nel Paese e maggioranza assai esigua in Parlamento. Il Paese diviso in due tra coglioni e dritti (?!?). Cosa ci faceva pensare che alle comunali il risultato si sarebbe ribaltato? Più volte sono stato ripreso per la mia aria troppo tesa e preoccupata. Ma non sarà stata certo la mia "negatività" ad averci fatto perdere. Almeno credo.

Per capire il risultato delle comunali (ma non solo) non basta più l'aritmetica, né tanto meno un approccio politicista. Ancor meno uno giacobino. Non mi interessano i capri espiatori. Non li cercherò. Pur sapendo che molti errori tattici e strategici sono stati commessi, anche dai DS (di cui non rinnego la linea politica degli ultimi mesi).

Il problema è politico-sociale. E l'analisi non può che soffermarsi su questo. Guardo dentro casa prima di guardare fuori. Il blocco del centrosinistra a Molfetta, come si evince chiaramente dai dati, non subisce mai, da una quindicina d'anni, sostanziali variazioni. Flussi elettorali più o meno occasionali rigenerano -- o impoveriscono -- la nostra capacità di raccogliere consenso, ma non ci sono spostamenti sensibili -- sotto il profilo politico e sociale. La dislocazione del voto sulla cartina di Molfetta la dice lunga. Il nostro elettorato -- e quello dei DS in particolare -- è costituito prevalentemente da ceti abbienti, liberati dal bisogno, culturalmente elevati. Si tratta del ceto medio riflessivo, in parte -- solo in parte -- del proletariato intellettuale, oltre ad uno zoccolo duro di attivisti, militanti ed addetti ai lavori di vario genere.

Partiamo da un dato: la composizione sociale della città di Molfetta non è destinata a mutare nei prossimi anni (almeno non in favore del nostro "elettorato classico"). Non è destinata a mutare, di conseguenza,
nemmeno la propensione al voto dei molfettesi. Su questa strada continueremo a girare a vuoto, a galleggiare forti dei sacrifici di pochi (a proposito, Mino, ancora in bocca al lupo), senza raggiungere MAI risultati reali, che non siano una poltroncina ogni tanto.

I cittadini Molfettesi -- e per cittadini molfettesi, scusate, intendo persone con volti, abiti e modi di comunicare spesso molto differenti dai nostri. Parlo dei volti dei lavoratori o dei disoccupati di ponente; delle persone comuni che non svolgono lavori di concetto, che non sono scolarizzati, che vivono di luoghi comuni e vengono educati dai canali
di Mediaset; di coloro i quali potrebbero fare tranquillamente le comparse in "Comizi d'Amore" o in "Uccellacci Uccellini", che aspettano il pomeriggio per vedere "Uomini e donne", "Amici" e la sera per vedere "la Talpa", "l'isola dei Trimoni" e il "Grande Fratello"; di quelli che non hanno ideali e che non leggono libri e giornali; di quelli che fanno
i camerieri, i commessi, o i muratori. Parlo di quelli che confondono la data su una carta dell'INPS per somme da pagare... -- non ci capiscono, non ci hanno mai capito e non capiranno mai il nostro linguaggio. Non
leggeranno i nostri manifesti, ci considereranno esattamente come gli altri, chiederanno qualcosa in cambio per concederci il consenso.

Per i giovani la situazione è ancora più grave e deprimente. Anche quelli che fanno finta di studiare interpretano al meglio la cultura utilitarista e opportunista del mercato. Do ut des. Non c'è altro se non il proprio interesse immediato. Tutto il resto è complicato, ciò che è complicato, che non è immediato è lontano. Se una cosa è lontana è nemica. Come l'arabo, il povero, il diverso...

Evoglia a scrivere sulle mailing list, sui blog (anche io ne ho uno che forse tra un po' riprendo a curare), sulle chat... evoglia a gridare a chi ce l'ha più lungo... evòòò. Uegniè: Piumino e MUSO SPORCO diventano ASSESSORI e Mr 999 ancora Presidente del Consiglio, mentre in Consiglio le nuove generazioni saranno rappresentate dalla figghie d cur du Bar Stallone (e da Dj Lele Sgerza). Il processo degenerativo della società produce questa classe dirigente e noi... o ci attrezziamo per invertire la tendenza o continueremo a parlarci addosso, da bravi Radical Chic. A volte avvoltoi, a volte picchi, a volte gufi...

Corrado

lunedì, giugno 12, 2006

Sottoscrivi?

Penso di meritare di più. Amo la mia città, i miei amici, la mia famiglia ed è qui che voglio trovare le risposte alle mie esigenze. Con le mie forze, con la mia testa. Non voglio chiedere piaceri a nessuno, non voglio favori da nessuno. Voglio solo poter essere autonomo, poter scegliere. Voglio opportunità. Senza dover per questo conoscere la “persona giusta”. Quella che sa aprire le porte chiuse. Nel lavoro, nella scuola, all’università, con gli amici. Vorrei che le cose avessero il giusto valore. Non sopporto – non le sopporto davvero più – le promesse elettorali. Non baratto la mia dignità. Se non lavoro, se devo tenere i miei sogni chiusi, sigillati nel cassetto non dipende da me. Se sarò costretto anch’io a partire per farmi un futuro non sarà dipeso da me, non l’avrò chiesto io: ci sarò stato costretto. Se la mia città è spenta, non è colpa mia; se il cemento ci esce anche dalle orecchie non l’ho voluto certo io; se l’estate non c’è niente da fare e nelle città vicine c’è musica fino a notte fonda che volete da me? Non è colpa mia se devo uscire ogni sabato per andare a vedere un concerto o a ballare. Non dipende da me se dopo tredici anni di scuola, più l’eventuale università, devo pregare dietro la porta di qualcuno per trovare lavoro. O, appunto, devo partire. Non voglio l’elemosina di nessuno. Voglio una città bella da vivere. Penso di meritarlo. Per questo domenica e lunedì il mio voto sarà LIBERO.


Firma _______________________

domenica, giugno 11, 2006

Berlinguer a 22 anni dalla morte

Domenica 11 giugno ricorre il 22° anniversario della morte di Enrico Belringuer. Nell’occasione, una delegazione dei Democratici di sinistra formata da Livia Turco, Giglia Tedesco, il sen. Giorgio Mele, Marco Ciarla e Carlo Cotticeli della federazione romana dei Ds, si recherà alle 10.30 presso il cimitero di Prima Porta per rendere omaggio alla figura del segretario del Pci.

“Un uomo che ci ha lasciato un’idea alta e forte della politica, ispirata da valori e dimensione etica e sempre al servizio dei cittadini. Un dirigente politico che con coraggio, lucidità e lungimiranza ha saputo rinnovare la cultura politica della sinistra italiana e del suo principale partito, portandolo a riconoscersi nei valori del socialismo europeo e occidentale.

Un leader che in momenti drammatici per la vita della Repubblica ha saputo contribuire in maniera decisiva alla difesa delle istituzioni democratiche e alla salvezza dell’Italia.

A ventidue anni dalla sua scomparsa l’eredità morale politica e umana di Enrico Berlinguer rimane più che mai viva e attuale nella coscienza di milioni di italiane e italiani.”

Con queste parole Enrico Berlinguer è stato ricordato da Piero Fassino che si è recato questa mattina al cimitero di Prima Porta a rendere omaggio alla tomba del Segretario generale del PCI scomparso ventidue anni fa in seguito a un'emorragia cerebrale che lo colpì a Padova durante lo svolgimento di un appassionato comizio in vista delle elezioni europee del 1984. L'ultima frase pronunciata dal leader comunista prima di accusare il malore fu: "Compagni, proseguite il vostro lavoro casa per casa, strada per strada".

Ai suoi funerali partecipò oltre un milione di cittadini che resero palese l'ammirazione e la riconoscenza che una larga parte dell'opinione pubblica italiana aveva nei confronti di un uomo politico che Indro Montanelli aveva definito "introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere e in perfetta buona fede".